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La fortuna di essere invisibili PDF Stampa E-mail
Scritto da Redattrice editoriale precaria   
Venerdì 02 Gennaio 2009 00:00
Mi capita spesso di sentirmi chiedere: “Che lavoro fai?”.
“La redattrice” rispondo, sperando sempre che sappiano cos’è e non mi costringano a estenuanti spiegazioni, acrobazie verbali degne del miglior Marinetti.
“Ah bello! Quindi hai fatto architettura?”
“...”
“...”
“No, non arredatrice, redattrice...”, cercando di marcare il più possibile la doppia t, in modo che sia impossibile continuare a equivocare.
“Ah... brava per quale giornale lavori?”
“...”

A quel punto mi arrendo e inizio a spiegare cosa faccio, chi sono. Il più delle volte, espressione accigliata, dico che la gente “comune” non sa cosa ci sia dietro un libro, un qualsiasi libro, pensa ancora, romanticamente, che l’autore lo scriva, lo riscriva, lo corregga tutto da sé... Beata ingenuità! È come dire a un bambino che Babbo Natale non esiste: stessa delusione e diffidenza, celate dalla copertina cartonata dell’ultimo best-seller appena acquistato. Poi, cercano di riprendersi, e di guadagnare terreno ai miei occhi:
“... però... bello, che bel lavoro che fai... immagino che soddisfazione vedere il tuo nome sulla copertina dei libri!!!”
“Guarda, al massimo lo potresti trovare dentro, nelle primissime pagine; ma è molto difficile per noi redattori essere menzionati: non si sa mai ci venisse in mente di reclamare qualcosa a riguardo”.
“Perché? Le case editrici, visto il lavoro che fate, non vi trattano bene? In fondo, da quel che dici, se un libro esce è anche per merito di voi redattori”.
“Infatti, ma le case editrici preferiscono spendere i soldi in altro anziché in compensi decenti per i redattori, che poi sono tutti “esterni”, cioè non assunti, proprio per avere il minor numero di obblighi possibile nei nostri confronti”.
“Be’, però almeno devi ammettere che sei fortunata, fai un lavoro che ti piace…”
“Ceeeeeerto, ci mancherebbe... ma, scusa, tu invece che lavoro fai?”.
“Io? Io lavoro nell’Ufficio legale dell’azienda XY, sono avvocato!”.
“Bello; ma anche tu ti ritieni fortunato, per il lavoro che fai, o magari ci hai sgobbato un bel po’ di anni all’università, e poi magari idem per una specializzazione, per non parlare del praticantato????”

Ed è tutto, sconsolatamente, vero: siamo invisibili, ma questa invisibilità non è un superpotere da eroi dei fumetti, ma piuttosto una fatica di Sisifo, traducibile in linguaggio moderno con lavoro tanto, riconoscimento (quasi) zero.

Eh, già, sono proprio fortunata!
 
 

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