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Scritto da Redazione Precaria   
Giovedì 11 Dicembre 2008 00:10
Siamo redattori editoriali. Difficilmente i nostri nomi compaiono nei colophon, men che meno su frontespizi e copertine, ma siamo noi i responsabili ultimi del libro così come appare nelle mani del lettore. Affianchiamo gli autori nella stesura del manoscritto, partecipiamo alla definizione del progetto grafico, curiamo l’uniformità tipografica e la rispondenza delle immagini al testo, controlliamo rimandi e citazioni bibliografiche, andiamo a caccia di refusi e apponiamo il fatidico «visto si stampi».
Pochi lo sanno, ma qualcuno ci ha definito «il punto di snodo centrale della produzione del libro». Nell’era delle tecnologie informatiche ci occupiamo anche di prodotti editoriali non cartacei, multimediali o meno, sia online sia offline; alcuni di noi svolgono lavori di «cucina redazionale» per riviste di settore o per periodici rivolti al grande pubblico.
Alla rete aderiscono anche addetti agli uffici diritti e agli uffici stampa, copywriters di agenzie di comunicazione, ricercatori iconografici e traduttori: figure professionali i cui ruoli spesso si sovrappongono con quelli dei redattori e che all’interno di case editrici, agenzie e studi editoriali conoscono trattamenti contrattuali simili.
Siamo precari. In passato l’editoria è stata un precoce laboratorio di forme contrattuali atipiche, oggi è un settore che come pochi altri ha eretto la precarietà a sistema. I lavoratori editoriali sono per la quasi totalità instabili, assunti con contratti capestro che li obbligano a lavorare indefessamente per pochi spiccioli (i tanto chiacchierati 1000 euro al mese per molti di noi sono un miraggio). Spesso, poi, si tratta di contratti atipici irregolari che nascondono una dipendenza di fatto, ma senza le tutele che la legge garantisce ai lavoratori subordinati. Frutto di questa condizione sono lo svilimento della nostra professionalità e lo scadimento formale, e non solo, di tanta parte della produzione editoriale italiana.

Siamo lavoratori autorganizzati. Di fronte al silenzio che ci ha avvolto e continua ad avvolgerci, abbiamo deciso di unire le nostre voci per far sentire il nostro «basta!». Basta alla precarietà permanente, alla denigrazione della nostra professionalità, alla negoziazione individuale di contratti a cottimo che ci imprigionano alle scrivanie e che ci consentono a stento di sbarcare il lunario. Insieme vogliamo rivendicare condizioni di vita e di lavoro più dignitose, retribuzioni commisurate alle nostre mansioni, maggiori garanzie contrattuali e più considerazione personale. La nostra lotta è la lotta di tutti coloro che ambiscono a una maggiore giustizia sociale, e per questo ci inseriamo nell’alveo del più vasto movimento dei precari organizzati.
Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Luglio 2010 12:34
 
 

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